Meteoropatico |
In genere mi sento come si sente il cielo. |
Uno. Le fossette agli angoli della bocca.
Due. Gli abbracci dati senza motivo.
Tre. Smettere di preoccuparsi eccessivamente.
Quattro. Innamorarsi insieme.
Cinque. Ballare senza aver mai imparato.
Sei. Una radura illuminata.
Sette. Un bambino che pronuncia il tuo nome per la prima volta.
Otto. Volare via e sentirsi liberi.
Nove. I bei sogni di cui ti ricordi al mattino.
Dieci. Ogni sentiero che dalla pineta si affaccia sulla spiaggia.
Undici. La tua parte preferita della tua canzone preferita.
Dodici. Ad aprile, guardare fuori dal finestrino.
Tredici. Cantare.
Quattordici. Gli esami superati.
Quindici. Sentirsi fortunati.
Sedici. Una paura sconfitta.
Diciassette. Ritrovarsi.
Diciotto. Il gelato.
Diciannove. Il momento che aspettavi.
Venti. Gioia.
Giovanni Gusai
Mattina.
Dove mi trovo?
Come ogni giorno da non so quanto a questa parte, mal di testa. Il medico mi ha detto perché ma non ricordo. Mi sveglio sempre in una casa diversa, oggi pareti gialle e parquet. Mi ostino a parlare a voce alta sperando che la sequenza di qualche suono dia ordine alla mia esistenza, per non procedere come mi sento adesso: vuoto e confuso. Credo che berrò una birra. Come, frigo vuoto? Berrò una grappa, fanculo la mattina presto.
Igor Serasevskij ebbe un incidente d’auto tre anni fa. Andò a sbattere con la sua auto contro un furgone. L’autista del furgone morì sul colpo, Serasevskij batté la testa ed entrò in coma.
Mezzogiorno.
Dovrei fare la spesa, ma in questa casa non ci sono soldi. E se ce ne fossero, mica li potrei prendere, non ho idea di chi possano essere. Il proprietario sarà andato a lavorare.
Esco, qua non ci faccio niente.
Bel parchetto, sembra si stia bene. Quello sembra conoscermi, chissà che vuole.
- Igor! Anche oggi qua, eh? Scommetto che non hai pranzato.
Igor, ecco com’era.
- Hai indovinato, niente pranzo. Neanche tu?
- Credi che se potessi permettermi un pasto dormirei al parco? No che non ho pranzato. E non pranzerò. Stasera alla mensa, se riuscirò ad arrivare a stasera. Tieni, bevi.
Vino. Perché questa maledetta voglia di lasciarmi andare, tutta questa voglia di bere? Ne berrò solo un po’.
Serasevskij rimase in coma per due anni. Al suo risveglio non ricordava nulla se non il nome di una donna, Irina. Cercò di descriverla ai medici, ma riusciva a dire soltanto quanto fosse innamorato di lei, e che tutto ciò che ricordava era questo. Non il volto, né il corpo: solo “Irina”, la donna di cui era sempre stato innamorato.
Pomeriggio.
Morirò prima di sera, lo so. Ho bisogno di un medico, o di un whiskey. Cazzo, oggi muoio di sicuro.
- Mi porti da un dottore, la supplico.
- Igor (posso chiamarti Igor?), di nuovo qua. Di nuovo ubriaco fradicio. Ti ucciderai con le tue stesse mani, un giorno o l’altro.
- Oggi, dottore, oggi. È per questo che sono qui! Mi aiuti, la prego.
- Oggi come ieri e, temo, come domani. C’è una cosa sola che devi ricordare. Una soltanto. Smettila di bere.
- Guardi che è successo soltanto oggi, glielo posso garantire.
- Soltanto oggi? Dov’eri ieri notte?
Non so rispondere, e ho l’impressione di non poterlo fare mai. Perché sono così triste, di colpo? Ho voglia di bere. Questo silenzio è troppo lungo.
- Non ricordo, signore.
Le lesioni riportate da Serasevskij avrebbero potuto renderlo incapace di vivere una vita normale. Rimase sotto osservazione per un paio di settimane e poi venne ospitato da una struttura riabilitativa.
Gli operatori della struttura ritenevano che per lui ogni giorno fosse come il primo giorno di una nuova vita. Un paio d’ore di sonno gli bastavano per dimenticare la sua storia. Ma non era pericoloso né per gli altri né per se stesso, quindi dopo poco poté tornare a vivere nella sua abitazione.
Sera.
Torno a casa, credo di essere eccessivamente sbronzo. Faccio il giro dell’isolato e vado a dormire, non ce la faccio più. Come riesco a ridurmi così?
No, i crampi no. Ti prego, i crampi no. Maledizione, devo fermarmi a mangiare.
- Chi si rivede! Ce li hai i soldi? O sei qui per bere a sbafo come al solito?
- Offro io per Igor. Canaglia di un barista maledetto! Come se davvero potesse pagarti o fosse colpa sua. Cosa prendi, amico?
Ora gli rispondo. Solo un panino, niente da bere. Un hot dog e rientro a casa.
- Niente, eh? Sei messo peggio del solito, amico.
Un hot dog e una birra scura per Igor!
È l’ultima, peggio di così non posso stare, fanculo.
La vita di Igor Serasevskij era davvero, come avevano notato gli infermieri, nuova ogni giorno. Nuova e noiosa, senza riferimenti personali né un lavoro stabile. Non aveva mai lavorato prima dell’incidente, non lavorò mai neppure dopo il coma, era l’unico erede di un patrimonio spropositato. Le prime settimane dopo la riabilitazione gli capitava di avere dei ricordi lampo di Irina, flash che duravano meno di un secondo in cui sentiva la sua voce e si sentiva vecchio e sano. Poi scomparvero.
L’alcool prese lentamente il posto della noia, si impose come unica preoccupazione, Igor dilapidò le sue ricchezze.
Irina scomparve completamente dalla sua mente, lui rimase in balìa del nulla dei suoi ricordi sfumati.
Notte.
Ho bisogno che qualcuno mi porti a casa, voglio dormire. Mi voglio dimenticare di quanto mi faccio schifo, di questo pub in cui mi sono pisciato addosso. Voglio dormire e ricominciare una vita nuova, senza questa voglia che mi beve l’anima, senza provare vergogna, con un pasto caldo e una casa completamente mia. Non lo voglio più il blu di questa pista da ballo deserta in cui marcisco come un cane. Ho paura, voglio dormire. Portatemi a casa.
In poco tempo lo conobbero tutti, nel quartiere. Si abituarono ai suoi vuoti e ai suoi vizi, lo compativano. Ogni notte c’era qualcuno disposto a portarlo via dagli squallidi locali in cui cadeva svenuto. Lo riportavano nella sua casa, un appartamento con il parquet, il camino e le pareti gialle, pronti ad aspettarsi di fare lo stesso il giorno successivo; vivendo la vita di cui lui aveva perso definitivamente i ricordi.
Mattina.
Dove sono?
Giovanni Gusai
Nello specchio, dietro una nuvola di fumo, spiccano due labbra scarlatte. Appartengono a una ragazza di cui non sapremo mai il nome.
Preferisce che la si chiami 15/6, come il quindici di giugno, la sua data di nascita.
Quando il fumo si dirada, la luce le illumina lo sguardo e nello specchio appare tutta la rassegnazione dei suoi occhi.
15/6 ha una vita complicata e un passato difficile da raccontare. Ha un figlio di otto anni che vive con lei in una mansarda di un palazzo in centro.
Lo specchio è sopra un tavolo, vicino a dei trucchi. La donna prende una matita e disegna un piccolo neo sul suo zigomo destro.
Si fa chiamare 15/6 perché si vergogna di cosa è diventata, delle notti che trascorre a far godere uomini grassi e violenti, ricchi annoiati e giovani curiosi.
Conserva il suo nome per le poche amiche che le sono rimaste.
Non ne ha scelto un altro perché nessun uomo la possa chiamare per nome, nel letto della mansarda, separata da suo figlio solo da un muro. Un nome non lo vuole.
È un modo di lasciarli soli, a urlare nomi inventati: delle loro mogli, di certe attrici del cinema, di colleghe di lavoro che non potranno mai avere, di ex fidanzate che loro stessi credevano di aver dimenticato. Uomini che finiscono per portare a letto se stessi e le loro frustrazioni. Tutti almeno una volta la chiamano Puttana, pochi fanno lo sforzo di scegliere un sinonimo. La sua risposta è sempre la stessa, sussurrata all’orecchio dei pervertiti che le urlano contro: lo sai che non puoi permetterti di meglio, non c’è bisogno di dirlo a voce alta, lo sanno tutti.
Nella mansarda ci sono due stanze e un bagno minuscolo. Il bambino dorme sul divano, da sempre. Nella stanza grande ci sono un letto a due piazze, un tappeto, un comodino con sopra uno specchio, una finestra che dà sulla città. La luce è soffusa, proviene da una lampada posta in un angolo della stanza. L’aria è densa di fumo. La donna è seduta ai piedi del letto, indossa una sottoveste di seta. Ha le gambe accavallate, un gomito poggiato sul ginocchio e la testa posata sulla mano. La sottoveste lascia intravedere i lividi che ha sul polso e sulle gambe: c’è almeno un maniaco alla settimana.
Bussano alla porta, si sentono le urla di un ubriaco che sbraita. Ha il fiatone, le scale l’hanno stancato: probabilmente è grasso, sicuramente sudato.
15/6 gli chiede di aspettare ed entra nella stanza piccola.
Amore, devi dormire.
Il bambino ha addosso un pigiama blu, è di fronte al lavandino del bagno e sta finendo di lavarsi i denti. Fa cenno di sì con la testa. Sua madre gli si avvicina e gli sorride.
Non mi piaci quando sei truccata così tanto, mamma.
Non piace neanche a me. Un giorno capirai, o forse ti arrabbierai e basta.
Non mi arrabbierò mai con te.
Le dà un bacio e la abbraccia.
Buona notte, piccolino. Hai preso le cuffie che ti ha regalato tuo padre?
Eccole. Le fa un occhiolino.
Lei chiude la porta a chiave e va ad aprire il portone.
È grasso, proprio come se l’immaginava. E più ubriaco di quanto temesse. Si sfila la cinta e le ordina di buttarsi sul letto, pare che abbia poco tempo da perdere.
Spogliati. Sei bella, non dovresti essere qua a fare la puttana. Ma questo sei, abbiamo tutti una vita ingiusta.
Le fa scorrere le mani sudaticce addosso e la guarda, il suo alito puzza di vodka e tabacco. La morde e le lecca le guance.
Bussano alla porta, e alla donna arriva uno schiaffo sulla bocca.
Un altro? Che cazzo credi di fare? Tu sei mia finché non finiamo! Infilati quella vestaglia, vai alla porta e mandalo via. E bada che non capisca chi sono. Vai, ora!
In certe situazioni, aveva imparato, non poteva che obbedire. Apre il portone e si affaccia. La porta si spalanca facendo cadere la ragazza per terra, spinta da una donna con addosso una pelliccia.
Il bambino stringe forte la coperta e se la porta sopra la testa.
L’uomo, ridicolosamente nudo, sgrana gli occhi e spalanca la bocca.
Sdraiata sul tappeto, la ragazza alza la testa per capire cosa stia succedendo.
La donna in pelliccia avanza fino al centro della stanza, estrae una piccola pistola dalla borsa, mira al petto dell’uomo e spara.
Il bambino soffoca la crisi di pianto isterico che si sta impossessando di lui.
La ragazza si stringe le tempie e il suo trucco sbava per le lacrime, trema di paura. Una mano la aiuta a rialzarsi, un’altra le accarezza i capelli.
Ragazza, guardami. Ho bisogno che mi ascolti attentamente. Quello era mio marito, la cosa peggiore che mi potesse capitare. Gli ho sparato e probabilmente mi arresteranno, ma almeno non picchierà più le mie figlie. La più piccola è in ospedale, con la testa fasciata e un occhio pesto. Sapevo che l’avrei trovato qua, e so che non è la prima volta. Non è per te, ragazza. Non è perché mi ha tradito, lo tradisco anche io e lui lo sa. Ma dovresti vedere la mia bambina su quel letto d’ospedale per l’ennesima volta. Non avrei resistito un giorno di più. Non voglio che tu abbia a che fare con questa cosa. Questo è un assegno in bianco, mettici l’importo che vuoi e scappa, dove vuoi. Sei sola, sai dove passare la notte?
Parla, ragazza! La polizia sarà qua a momenti.
N-no. C’è mio figlio nell’altra stanza. La prego, non ci faccia del male. Andremo via da qui e cambieremo città, nessuno saprà mai che è stata lei. Ci faccia andare via, la prego.
Io aspetterò qua, non mi vergogno di quello che ho fatto e sono pronta a pagarne le conseguenze. Tu prendi l’assegno e cambia vita, ragazza. I miei soldi non mi serviranno, dove mi porteranno.
Dice questo, poi lascia cadere grosse lacrime di rabbia.
Amore, non piangere. Non fare così.
Ho paura, mamma, andiamo via.
Sì, andiamo, andiamo. Andiamo via. Prendi solo le cose importanti, andiamo via subito.
Dove, mamma?
Via da questo posto, per sempre. Copriti gli occhi e promettimi di non guardare cosa c’è nell’altra stanza, ti porto via in braccio.
Perché? L’ho sentito, quello sparo.
Promettimelo e basta.
Attraversano la mansarda, ritirano l’assegno e corrono giù per le scale, lungo il marciapiede, oltre l’isolato, lui dentro un pigiama e lei dentro una sottoveste, a perdifiato, con gli occhi lucidi. Si fermano di fronte a una villetta, suonano alla porta e li accoglie una bella ragazza molto più che sconcertata.
Nessuno chiuse occhio.
Furono i primi clienti della banca, quella mattina: cambiarono l’assegno e subito dopo prenotarono un volo per Parigi.
Partirono alle quattordici e trenta.
Negli schermi dell’aeroporto i telegiornali raccontavano di un caso di omicidio-suicidio in una mansarda in centro.
Magda e suo figlio non se ne accorsero, giravano per i negozi.
Giovanni Gusai
Tu mi devi aiutare, Rafael.
Non c’è nessuno che ti possa aiutare più di quanto non possa farlo tu stesso da solo. Lo sai.
Io non posso, io non riesco, io non voglio.
Ecco, se non vuoi forse dovresti rinunciare.
Ma io devo dirglielo, Rafael. Aiutami, dimmi come fare.
C’è un modo solo, Salvador. Non puoi inventarti un altro modo, puoi fare solo così.
La chiamerò. La chiamerò e glielo dirò.
Non puoi inventarti un altro modo, e questo sarebbe fingere di aver trovato un altro modo. Ma la soluzione è, te l’ho già detto, parlarle. È quello l’unico modo, amico mio.
Io non ce la farei, lo so. Le scriverò, sono bravo a scrivere.
Sei molto, molto bravo a scrivere. È vero. Ma davvero, credi che sia la stessa cosa? Lo sai, non è come parlarle.
Quindi io devo andare da lei e parlarle, semplicemente?
No, non sarà affatto semplice. Poi, dipende molto da cosa vuoi ottenere. Sai cosa vuoi ottenere, Salvador?
Io voglio che lei lo sappia, che non possa fare a meno di non saperlo, dopo che lo saprà. Voglio che lo sappia in un modo per cui dopo non possa mai più far finta di non saperlo. Voglio che ogni mattina si svegli e si ricordi che l’ha saputo.
Non è chiedere troppo, potrebbe essere più semplice del previsto. Ma sai bene che il modo migliore è parlarle. E poi, ha lo sguardo di una donna che merita di sentirselo dire.
Che sguardo?
Hai visto che bel colore? Sai come si chiama quel colore?
Non credo…tu dici che è di un colore specifico?
Ambra.
Va be’, ambra. Ha gli occhi scuri, come molte.
Sai cos’è l’ambra?
Sì, è quella specie di pietra in cui si conservano certi fossili.
L’ambra conserva, Salvador. Quando una goccia d’ambra affoga un insetto, quell’insetto è per sempre. L’ambra gli costruisce una vetrina bellissima e lo sottrae alla sua scomparsa silenziosa. Persino un insetto diventa bellissimo, dentro una goccia d’ambra. Carilla ha uno sguardo che conserva: parlale, non dimenticherà mai.
Sei bravo, con le parole. Dovresti parlarci tu, al posto mio.
Un solo modo, Salvador. E devi parlarle tu.
Le parlerò.
Salvador parlava con sè stesso come se si chiamasse Rafael. E si rispondeva, chiamandosi per nome. Gli capitava prima di prendere le decisioni importanti: in genere aveva le idee chiare, ma le passava al vaglio intavolando una finta conversazione con un amico, di fronte allo specchio. Era un modo per rilassarsi ed essere sicuro di fare la cosa giusta.
Parlare con Carilla, in questo caso.
Avrebbe voluto il tempo per trovare il modo migliore di dirglielo, ma era già spaventosamente in ritardo.
Uscì e improvvisò.
Carilla, prima di sederci a cenare, devo dirti una cosa.
(Dio, ha proprio gli occhi d’ambra, ci rimarrò invischiato.)
Te la devo dire subito ed è molto difficile. Mi devi promettere che mi ascolterai e che non piangerai - io lo so come sei fatta, ti emozioni sempre un sacco e piangi. Dovrai solo tenermi le mani e guardarmi. Non so se è il momento giusto, ma io non potrei resistere oltre. Sarebbe un torto nei miei confronti e nei tuoi.
(Smettila di girarci attorno, Salvador. Diglielo e basta.)
Ti amo. Ti amo come se non esistesse il buio.
(Ha sorriso!)
In un bagno di lacrime e risate, strettissima al petto di Salvador, Carilla chiese, ragionevolmente, cosa volesse dire la seconda frase, quella del buio. Le importava solo della prima, ma era curiosa. Salvador sapeva perfettamente come rispondere.
Hai presente la sensazione che si ha al tramonto, quando si avvicina la notte e si è soli in casa? I cattivi pensieri si sommano alle preoccupazioni, tutte in una volta. O i bambini che chiedono di potersi addormentare con la luce accesa? O semplicemente quando di notte giri per casa e non puoi accendere la luce e non sai dove potresti inciampare o sbattere? È tutta colpa del buio. Io ti amo come se non esistesse, perché con te non ho di che preoccuparmi o spaventarmi, so precisamente dove sto andando e che non inciamperò.
Carilla gli diede il più banale dei bellissimi baci sulla bocca, lui le comprò la più banale delle rose rosse dal più banale dei venditori ambulanti di rose e cenarono insieme. Ma loro due insieme non avevano niente a che fare con la banalità.
Sono passati ventisei anni e lo sguardo di Carilla brilla ancora di giovinezza.
Un uomo e una donna giacciono accanto, nudi, sotto un lenzuolo, al centro di una radura. I loro respiri si confondono, le loro labbra si sfiorano. Attorno la foresta si prepara per affrontare una nuova giornata, è un brulicare di fruscii e cinguettii.
Chiamiamolo Lochan – parla la donna, e bacia le palpebre di suo marito. Lui accenna un sorriso malinconico e annuisce. Dilata le narici e aspira l’essenza degli alberi, l’umidità del lago, il balsamo dei capelli della donna. Fa scorrere le sue dita lungo la schiena di sua moglie, lei ha un brivido.
È un bel nome, speriamo gli porti fortuna. Sempre che sia un maschio. E se fosse femmina?
No, sarà un maschio, vedrai.
Venticinque anni dopo, Lochan è un ragazzo muscoloso, con i capelli scuri e gli occhi d’ambra. Si è appena laureato con il massimo dei voti in fisica, e in città ha molte amicizie fra le persone importanti, presto lavorerà. Nel villaggio in cui è nato, spesso cammina scalzo e con la testa fra le nuvole, trascorre molto tempo a parlare con suo padre e sua madre, cura un giardino. È figlio unico, ha una ragazza nuova alla settimana e amici importanti.
Gli capita spesso di addormentarsi quasi all’alba, ha un debole per le feste. Questo comporta risvegli complicati e ingestibili. Come oggi.
Lochan, ricordi cos’hai promesso a tuo padre quindici anni fa?
Ti prego, lasciami dormire un’altra ora, non riuscirei a stare in piedi.
È la quarta volta che ti chiamo, e ho iniziato un’ora e mezza fa. Non far dispiacere tuo padre, alzati.
Passa un altro quarto d’ora, e nel soggiorno al pianterreno di Lochan nemmeno l’ombra. Suo padre, seduto da due ore sulla poltrona, si alza e fa per uscire.
Bè, mi hai fatto alzare e neppure mi aspetti? Te ne vai al lago da solo, il giorno del tuo compleanno? Lo dice e già ride per la risposta burbera che sta per ricevere.
Stavo per andarmene. Tu e le tue feste! Ogni anno la stessa storia! Se non puoi mantenere gli impegni che prendi, è bene che non ne prenda affatto, non lo sai?
Buon compleanno, padre mio! Sei sempre lo stesso, la vecchiaia non ti ha scalfito affatto. Vieni, fatti abbracciare. Scusami, è davvero tardi. Andiamo.
La promessa era stata fatta in tempi non sospetti, quando Lochan era ancora un bambino e non si vedeva ubriaco fradicio, unico indiano a conoscere l’inglese nel suo paesino sperduto nella giungla, avvinghiato a due turiste di Londra seminude, a parlare di tequila alle tre del mattino.
No, aveva quattro anni o poco più, ascoltava le storie che gli raccontava sua madre e credeva di poter possedere una tigre, da grande. Ogni sera una storia nuova, ogni notte un sogno nuovo, ogni mattina una corsa nuova. Arrivò la sera in cui chiese al padre di leggergli lui una storia, la mamma ne aveva già lette tante. E il padre spiegò perché non gli avrebbe mai potuto leggere una storia. Lochan si rattristò per un attimo, poi teatralmente mise una mano sulla spalla del padre e gli promise:
Io non sono un granché a leggere le storie, ma ne posso inventare. Ti piacerebbe se te le raccontassi? Facciamo una all’anno però, sono pur sempre un bambino. Puoi scegliere il giorno e il luogo.
Certo che mi piacerebbe, figlio mio. Una all’anno, il giorno del mio compleanno. Nella foresta, dove c’è il lago.
Ma io non posso andare nella foresta, non so dove sia questo lago.
Ti ci porto io, ovvio.
E come farai?
Io so dov’è.
Anche quest’anno, quindi, Lochan e suo padre camminano accanto lungo il sentiero della foresta. Lochan racconta della festa della sera prima, si lamenta del suo mal di testa. Suo padre lo rimprovera senza vigore, lo prende in giro e gli chiede del giardino e degli studi. Il giovane parla delle nuove piante che ha innestato, poi ancora della festa, poi dei libri che sta leggendo. Arrivano al lago e si fermano.
Ci siamo, eh?
Eccoci qua. Ti serve una mano per sederti?
Non sto morendo, Lochan. E non sei simpatico, so bene come sedermi.
Ho qualcosa da dirti, padre, e mi vergogno per non avertelo detto prima. Oggi non ho una storia da raccontarti. Non l’ho preparata.
Dovevo immaginarlo, sapevo che questo giorno sarebbe arrivato. Me l’aspettavo da un paio d’anni, chissà che stupidaggine ti sembra, adesso che sei un uomo.
Aspetta, aspetta. Non l’ho preparata per un motivo. Non me ne sono dimenticato, non mi sto pentendo di niente, non la trovo una cosa ridicola. Per oggi ho pensato a un regalo diverso, è un po’ come una storia. Lo so che non è la stessa cosa, scusa.
Non avresti dovuto portarmi fin qui, lo sai? Per me è difficile. Comunque, mi fido. Cos’è questo regalo?
Innanzitutto devi fidarti di me. Camminiamo fino alla riva del lago, c’è una grossa pietra sulla quale possiamo sederci. Lì ci potremo togliere le scarpe e immergeremo i piedi nell’acqua. Vieni?
Accompagnami, avanti.
Ecco, ora che abbiamo i piedi nudi, al fresco del lago, cosa senti?
Lochan, io sento tantissime cose, dovresti saperlo. A volte è quasi fastidioso. Sento il frullare delle ali degli uccelli della foresta, il vociare del mercato dall’altra parte del lago, tu che ti gratti la testa e ti sbottoni la camicia, immagino per il caldo. Sento forte il profumo dei fiori e il tuo alito alcolico, e mi dà fastidio. E non ridere, non so come fai ancora a ridurti così.
Come si fa a non ridere? Sei un giovane vecchietto sempre scontento, sbuffi sempre. Il mio regalo per te è questo: ti racconto ciò che non puoi sapere. Cercherò le parole per la luce del sole sull’acqua, che non sta mai ferma e segue il vento: è come quando hai voglia di ballare, padre. Vorrei riuscire a parlarti della camicia che ti ha regalato mamma: ti sta benissimo, è come quando accarezzi il velluto, molto elegante. Mi piacerebbe farti sentire quanto è bella l’ombra della foresta nei suoi punti più fitti, dove ci sono infiniti colori: è come quando ci accorgiamo che hai sete e troppo orgoglio per chiederci da bere, perché ci siamo appena seduti e non vuoi essere un peso. E invece ci alziamo sempre. L’ombra della foresta è così: bellissima e quasi inaspettata. Sai che è lì, ma ogni tanto hai timore che possa non esserci.
E prego perché possa trovare per te, ogni giorno, le parole giuste per raccontarti la bellissima storia che è questo mondo, la mia storia preferita. È come l’odore della pioggia, quando cade sul mio giardino, padre. Fiori e lacrime nello stesso momento.
Sai cosa significa il tuo nome, immagino.
In realtà no.
Conosci troppo poco la tua lingua, Lochan.
Ecco, mi sembra il momento adatto per rimproverarmi. Devi aver apprezzato tantissimo il mio sforzo.
E sei anche uno sciocco. Il tuo regalo è bellissimo, e sto per farti un complimento. Il tuo nome vuol dire “Occhio”. L’ha scelto tua madre proprio qua, nella foresta, dove sei stato concepito. Eravamo ancora nudi, e lei aveva già scelto il tuo nome. Quando tornammo a casa mi disse: “Sarà un ottimo figlio, sento che ci rispetterà e, quando verrà il momento, si prenderà cura di noi. Sarà la vista che non hai ricevuto, il tuo occhio sul mondo. Vedrà il mondo che vorresti vedere, completerà ciò che lascerai incompiuto.” Non so come facciano, le madri, a sentirsi dentro certe cose, ma non si sbagliava. Grazie, Lochan.
Tu non puoi vedermi, ma sto piangendo. Questo era un colpo basso.
Tu non puoi vedermi: buona questa. Ho sentito tutti i tuoi pianti, ragazzino. Portami a casa, forza.
Sul sentiero di casa, chiese:
Un altro piccolo regalo.
Che sia piccolo e che non sia una storia.
È una cosa seria. Come ha gli occhi tua madre?
Verdi, padre.
Io li immagino profondi come una foresta.
Esatto, come una foresta.
Giovanni Gusai
Una ragazza scende dal letto a due piazze che condivide con il proprio fidanzato e si dirige verso il bagno della casa che hanno preso in affitto. Si spoglia e apre l’acqua della doccia. Si lega i capelli e si infila sotto il getto d’acqua. Lo scrosciare sveglia il ragazzo, che apre gli occhi per un attimo e cambia posizione.
Finita la doccia, la ragazza estrae un bikini da una busta di carta. Di fronte allo specchio se lo posa addosso e sorride: le piace come si abbina al colore della sua pelle. Lo indossa ed esce dal bagno. Sfiora con le labbra il collo del suo fidanzato e lo chiama sottovoce:
Vuoi vedere come mi sta, Da’?
Lui si mette a pancia in su, sorretto dai gomiti e sdraiato.
Sei bellissima.
L’imperfezione di un corpo amato è infinitamente migliore della perfezione di un corpo che ci è estraneo. È per questo che il giovane si alza, abbraccia la sua fidanzata e la bacia sul collo, facendole il solletico.
Davvero ti piace? Anche il colore?
È il mio colore preferito.
Non è vero, il tuo colore preferito è il verde.
Parlavo della tua pelle.
Si baciano di nuovo.
Dalla finestra s’intravede il mare della Grecia, piatto e imperlato di vele bianche. Fanno colazione ed escono, oggi è prevista un’escursione che si concluderà con un lancio in deltaplano.
Salgono, indossano l’imbragatura, esitano un attimo, si prendono per mano, corrono, staccano i piedi da terra. Volano.
Nel cielo, con il vento addosso e nessuna intenzione di posare mai più piede sulla terraferma. Sembra che negli occhi ci sia spazio per tutto il mondo, la bellezza spalanca le labbra in sorrisi.
Invece poi atterrano. Un’altra corsa, la sensazione di non riuscire a muoversi, levare l’imbrago e desiderare un bagno al mare. È per questo che prendono il primo autobus verso il paese e, senza neppure passare da casa, una volta scesi corrono verso la spiaggia come due quindicenni, lanciano i teli da mare e si tuffano, scomparendo per qualche secondo nell’acqua.
Emergono, e i secondi trascorsi in mare diventano minuti, poi ore.
Escono dall’acqua in tempo per comprare il pranzo dal mercato, cucineranno nella loro veranda.
Lui è più bravo ad arrostire, lei per oggi deve solo riordinare la spesa. Intanto lui si dà una rinfrescata e si cambia.
Sul tavolino in veranda ci sono le buste della spesa e uno zaino.
Dentro lo zaino c’è un cellulare.
Il cellulare squilla.
Da’, rispondo? È tua madre.
Certo che rispondi, dille che la richiamo dopo.
Buongiorno signora. Sì, suo figlio ora è sotto la doccia, gli dico di richiamarla. Ah, voleva solo sapere come va? Bene, signora. Tutto bene. Abbiamo fatto un volo in deltaplano e un bagno al mare, adesso cuciniamo due orate e stasera noleggiamo una macchina per visitare un paese qua vicino, c’è una festa. Com’è il mare qui?
Le domande semplici pretendono sempre le risposte più complicate. È per questo che si guarda attorno, fissa il suo ragazzo negli occhi, passa una mano sul legno del tavolo, respira il profumo del carbone acceso del barbecue, muove le dita dei piedi, alza le sopracciglia, sospira, sorride, guarda il mare luccicante sotto i raggi del sole di mezzogiorno e risponde:
Azzurro, signora.
Giovanni Gusai
Scrivo per chi mi ha chiesto di scrivere e per chi mi ha chiesto perché non stessi più scrivendo. Scrivo per spiegare loro che non dovranno più chiedermelo per un po’.
Meteoropatico era nato come luogo in cui conservare alcuni dei miei esercizi di scrittura. Mi ero imposto di aggiungerne uno alla settimana e questo modo di procedere ha funzionato per alcuni mesi.
Ma, come sempre, si è messa in mezzo la vita con i suoi dispetti. Qualcuno una volta ha scritto che vita è ciò che ti accade all’improvviso, mentre sei concentrato su qualcos’altro. Io ero concentrato su un blog e sugli studi, la vita mi ha sconvolto i piani.
Meteoropatico è nato in un periodo in cui mi sentivo assolutamente sereno e soddisfatto, completamente felice e abbacinato dalla luce che avevo dentro. È successo che si è spenta la luce, ed è arrivato il buio senza che neppure me ne accorgessi. In poco tempo i miei post hanno preso una direzione troppo intimistica e, di conseguenza, triste.
Ho scritto belle cose, di molte ne vado fiero. Altre, magari più ai miei occhi che ai vostri, sono troppo forzate e poco naturali.
Non riesco più da tempo a costringermi a pubblicare. Continuo a scrivere, non ho mai smesso. Sinceramente, però, non ritenevo fosse più il caso di far leggere malinconia a puntate, sempre sotto una luce diversa.
Parlavo di vita: la mia nel frattempo si è evoluta e ha preso strade inattese e difficili, tutte bellissime. Ed è cambiato il mio modo di guardare il mondo: oggi non sarei sincero, se pubblicassi post tutti slegati fra loro, uniti dal solo filo della malinconia. Ho bisogno di progettualità e di ordine, avrei quasi voglia di scrivere un libro. Ho letto molto, vissuto moltissimo. Ho conosciuto nuove persone e ne ho perso altre. Ho visitato luoghi nuovi, del mondo e dell’anima. Ho scoperto una serenità che non provavo da anni e ho tracciato sentieri nuovi su cui muovermi. Continuo a parlare per metafore per preservare il tesoro che è la mia esistenza, al di là delle righe che scrivo e di ciò che metto di me su un social network.
Parlavo dei progetti. Se prima i post dipendevano dal passato, e la loro ispirazione nasceva nei ricordi, adesso devo scrivere per un futuro programmato. Ho bisogno di scrivere qualcosa che stia all’interno di un progetto ampio. Inizio oggi, con un progetto sui colori.
Mi è stato detto che la mia immaginazione è fortemente condizionata da ciò che vedo o ho visto: è vero. Il progetto sui colori nasce da questa mia impostazione mentale. I prossimi post che scriverò, e ancora non so quanti saranno né se usciranno con cadenza settimanale, avranno per titolo un colore e come contenuto una descrizione, una storia, un ritratto, una situazione, un personaggio, un fatto che il colore in questione suscita nella mia immaginazione. Sono sempre esercizi di scrittura, messi un po’ in ordine.
Ho finito, scusate la pesantezza di questo post. Avrei preferito inventarmi una storia, per spiegarmi. Ma sarebbe stato complicato e forse qualcosa si sarebbe persa. Per stasera preferisco concentrarmi su un’altra storia, spero comprendiate.
Ne approfitto per ringraziare chi continua a visitare questo blog impolverato e abbandonato a se stesso, chi vuole che scriva ancora e anche chi non mi ha mai chiesto né di scrivere né di non smettere, ma se si accorge che ho scritto qualcosa va a leggerselo.
Si può certamente scrivere senza che nessuno legga, ma è di sicuro meglio avere qualcuno con cui condividere i propri sforzi. Grazie, davvero.
Giovanni Gusai
Se riusciste a non pensare al freddo di questo periodo, quello dei cuori e quello della neve; se trovaste in voi la leggerezza di immaginare il sole tiepido sul vostro volto; se una volta nella vostra esistenza avete sentito il discreto pizzicare dei fili d’erba sulla schiena, e se ora riusciste a rafforzare quel ricordo, sapreste come si sentono Todd e Jacob.
Todd e Jacob sono sdraiati a pancia in su, nel verde ordinato di un parco abbastanza grande per l’intimità e troppo piccolo per perdersi. Ed è maggio, ed è quasi sera e c’è caldo.
Todd e Jacob che sono fratelli, Jacob è il più grande. Hanno rinunciato da tempo ad essere normali, dopo aver ammesso serenamente di non averci mai provato. Un po’ perché a loro non è mai interessato, un po’ perché nessuno da loro se lo sarebbe mai aspettato.
Todd è matto. Prende otto pastiglie al giorno, in due turni da quattro. A pancia in su, cerca fra le nuvole immagini che gli siano familiari, da poter associare alla forma di un qualche animale o oggetto che ha già visto. Ha le sopracciglia aggrottate e la fronte corrugata, ne vengono fuori un sacco di rughe, eppure è ancora un bambino.
Jacob vive con l’ossessione di essere sempre in ritardo, o in anticipo, o nel posto sbagliato. In realtà, spesso gli capita di sentirsi a suo agio (come ora, ad esempio, sdraiato accanto a suo fratello piccolo, a guardare il cielo senza pensare a nulla. A nulla davvero), ma non ha molta fede nel suo equilibrio mentale. Crede che non durerà, o che di lì a poco si renderà conto di essersi perso qualcosa. Ma in fondo, ha imparato a controllarsi. Sa vivere anche nelle situazioni non sue, non gli pesa poi tanto vivere in posti che non sono per lui, o che non lo sono più. Accetta di essere stato troppo lento e di non trovarsi dove vorrebbe, ma non si dà colpe. E non sa perfettamente cosa fare della sua vita, ma in questo è dannatamente normale.
Ora, dicevo, guarda le nuvole accanto a Todd, e questo lo tranquillizza.
Cosa vedi, Todd?
(Voi non lo capireste, perché Todd parla con la voce impastata, sono gli psicofarmaci che fanno quell’effetto. Voce bassa e trascinata, soffocata dall’insicurezza e dalle benzodiazepine. Ma Jacob certo che lo capisce, in tutti i sensi.)
Vedo quella specie di lepre che salta, la vedi anche tu? Tipo quella che c’era in campagna l’altro giorno quando sono andato con babbo a portare in giro il cane. Sai che ai cani non si può dare cioccolato perché per loro è tossico e muoiono? Io al nostro cane non gliene do, infatti. Anzi, mi sa che dobbiamo anche togliere la coperta dalla cuccia, se no con il caldo soffre. Anche noi dobbiamo iniziare a dormire solo con le lenzuola, vero Jac?
(Certo che ha capito, Jacob ha capito tutto. Ma si chiede come possano fare gli altri, a capirlo. Perché Todd parla anche con altra gente, mica solo con lui. E non tutti hanno la pazienza o la saggezza per capire quanto in fretta cambino le immagini nella testa di Todd. E ora Jacob è nuovamente preoccupato e si sente fuori posto, perché non sa se far notare a Todd di aver completamente cambiato argomento e dirgli che quello che dice non ha senso, oppure lasciar perdere arrendendosi al fatto che parlano i farmaci, non suo fratello. Alla fine decide di lasciar perdere e si arrende.)Dici che comincia a fare troppo caldo, Todd?
Mh - mh. D’estate mi porti al mare? Ma non a fare quei tuffi che mi fai fare tu, eh! Non è che mi puoi scaraventare in acqua come un pallone e sbatacchiarmi sott’acqua!
Non vuol dire niente, “sbatacchiarmi sott’acqua”.
Eh, va be’. Non mi puoi pizzicare o dare colpi sott’acqua.
Non te ne do mai!
Ecco, non darmene neanche quando mi porti al mare.
(Jacob trova il proprio posto in momenti così. Quando fa stare bene Todd.)
E in effetti adesso Todd ha tutta l’aria di stare bene, sorride senza dire nulla, e gli zigomi seguono le pieghe del sorriso fino a socchiudergli gli occhi. Poi comincia a ridere.
A cosa stai pensando? Perché ridi? (Jacob sorride anche lui, e ad ogni risata di Todd impara cosa significhi essere realmente felici per la gioia di un altro).
Ma Todd non risponde, è troppo preso da un qualche ricordo che gli riempie il cuore, lacrima dalle risate e non trova il modo di riprendere a respirare normalmente. Ride di gusto, affanna, tiene le mani strette sulla pancia, rotola ed è felice come un matto.
Mi sono ricordato di quella signora grassa che è scivolata dalla barca, una volta che eravamo al mare! Che ha fatto tutti quegli schizzi e ha fatto tutte quelle onde e tu le hai gridato “Balena!” – Risponde Todd dopo una decina di minuti, cercando di riprendere fiato.
Il sorriso di Jacob è quasi una risata, imbrigliato solo dalle fossette sulle guance. Passa una mano fra i capelli di Todd e guardandolo negli occhi afferma sicuro:
Certo che ti faccio ridere, di’ la verità.
Sì. (Pausa lunga, Todd non sa se parlare o no) Jac, hai più sentito Beth?
Beth era stata la fidanzata di Jacob, ma si erano lasciati da più di due anni, ormai. Nessuno ne parlava più, né in casa né fra gli amici di Jacob. A Todd invece, le persone rimanevano impresse.
No, non ci sentiamo da un sacco, Todd, perché?
Ma l’hai lasciata perché non le volevi più bene?
Non come prima, no. Sì, ma non essere triste. Se vuoi la possiamo incontrare.
No, no. Era per te. Volevo dirti che io ti voglio bene come prima, comunque.
Jacob non riusciva a parlare alle persone senza guardarle negli occhi. Quindi guardò Todd per ricambiare il ti voglio bene, e sentì di non essere mai stato così puntuale nella sua vita, così al posto giusto nel momento giusto.
Quello era il momento in cui sentirsi dire un banale ti voglio bene, da un fratellino matto con lo sguardo appannato dal Valium. E guardandolo negli occhi ci vide tutte le nuvole del cielo di maggio di quella sera, una lepre, del cioccolato, il suo cane e una donna grassa; i segni delle lacrime e un sorriso pieno di vita e per niente vacuo.
Pensò che un fratello matto che ha il mondo sul fondo degli occhi ma non saprà mai parlarne, non è normale. È speciale.
Se avete mai guardato dentro gli occhi di un matto e riuscite a ricordarvene, capirete.
Georges e Claire si erano fidanzati all’età di sedici anni, al Liceo. Georges aveva una Vespa, un giorno chiese a Claire se avesse bisogno di un passaggio verso casa. Lei disse sì. Sotto casa di Claire, lei gli chiese se si aspettasse qualcosa in cambio, a quel punto. Georges sfacciatamente disse sì. La stessa sera uscirono, si baciarono e si fidanzarono. Semplicemente, come da ragazzi.
Ora entrambi sono iscritti all’Università della loro città. Lui è una sorta di genio, ha voti altissimi senza impegnarsi troppo, ama follemente Claire e non dice bugie. Lei passa le giornate in aula a seguire le lezioni, è allenatrice di una squadra di minivolley, ha anche lei una Vespa e stravede per Georges. Passano molto tempo assieme, hanno le stesse amicizie, condividono tutto. Semplicemente, come per due che stanno insieme da anni.
Hanno un loro locale preferito, ci vanno quasi tutte le sere.
L’appuntamento oggi è per le sette e trenta: aperitivo sulla terrazza, vista mare.
Claire arriva a piedi, ha gli auricolari e cammina a testa bassa con le mani in tasca. Ha l’aria stanca. Georges le si accosta con la Vespa, le sorride e la bacia sulla guancia, perché la ama davvero follemente. Parcheggia, allaccia il casco al manubrio e la aspetta. Appena lo raggiunge, la prende per mano e insieme entrano nel bar. Salutano il proprietario, un educato signore sulla cinquantina, grasso e brizzolato, e camminano fino alla terrazza. Si siedono al tavolino, dove vengono rapidamente raggiunti dal cameriere.
Per me un Campari ghiaccio e arancia.
A me un Montenegro. Ghiaccio e arancia anche per me.
Cos’hai, sei stanca?
Sì, un po’. Non voglio fare tardi, infatti.
Pensavo volessimo andare al cinema, va be’. Facciamo domani. Lezioni pesanti?
Non troppo, oggi è andata abbastanza bene.
Bambini casinisti in palestra?
No, hanno fatto da bravissimi.
(È questa la prima volta in cui Claire e Georges non sanno cosa dirsi.)
A voi, signori.
Grazie.
Grazie.
A casa tutto bene? Come stanno i tuoi?
A posto, tutto a posto.
Perché non mi parli?
Non ho nulla da dire.
Potevamo starcene a casa, allora?
No, scusa, subito ti alteri. Stiamo insieme, ci beviamo questo aperitivo e poi torniamo a casa.
Io dopo rimango in giro, tu fai come ti pare.
(È questa la prima volta in cui, in quel locale, li vedono discutere.)
Dimmi cosa c’è, per favore. Non voglio passare la serata a saperti infastidita o triste, o nervosa.
Cosa vuoi che ti dica? Fattene una ragione. Sto un po’ così e basta.
Ma…è qualcosa che mi riguarda, che riguarda me e te?
Forse.
Ecco. Ma ci voleva tanto a dirmelo subito, anche accennarlo per telefono?
Ma non è nulla, che palle. Non volevo dirtelo per questo. Ora ti incazzi, o rimani preoccupato, non è niente.
Se sei così, qualcosa sarà. Guarda, fai prima a dirmelo. Lo sai che se no passo la serata a indagare e divento pesante.
Certo che lo so. So tutto di te. So dove vivi, cosa fai, cosa ti piace, cosa non ti piace, i tuoi sogni, le tue abitudini, il tuo cibo preferito, la tua paura più grande, so del tuo neo sul piede e so il colore del tuo spazzolino da denti. Ho 22 anni e so tutto di un uomo, che è stato l’unico della mia vita e che probabilmente resterà l’unico. Lo so, so tutto.
(Non lo dice con calma. Comincia piano e poi accelera, alza il tono della voce, diventa paonazza e pronuncia le ultime parole con pochissimo fiato, come se stesse per scoppiare in lacrime. In effetti, ha gli occhi lucidi.)
Georges dà un sorso al Montenegro e la guarda, per dirle:
È un problema di ora o ci stai pensando da un po’?
(È calmissimo, si ascolta mentre parla e pensa che quella potrebbe essere l’ultima sua chiacchierata con Claire, che tutto sta per finire. E non gli sembra possibile e neppure normale.)
Da un po’. Forse non è come prima, Georges. Forse mi sta passando.
Perché dici così?
Non lo so. Chiariamo, non ci stiamo lasciando: stai tranquil…
No no no. Possiamo pure lasciarci. Spiegami perché dici così e basta, poi vediamo.
È che tutto questo, tutto quello che siamo. Tutto lo stare insieme, subito, lo stare così bene. Non è troppo semplice? Non siamo troppo giovani? Ho paura che ci sfugga di mano.
(Georges è veramente un genio. Per questo finisce di bere il suo aperitivo con calma, e sentite cosa dice a Claire, che ama follemente.
Non voglio convincerti di niente. Parlerò tanto, ti chiedo solo di ascoltarmi e di fidarti: davvero, non ti voglio convincere.
Dimmi, certo.
Sai bene che a scuola non ho mai avuto problemi in nessuna materia. Sono sempre stato bravo in tutto. Solo a volte ho avuto dei piccoli problemi in matematica, ma perché non mi impegnavo. C’era un periodo, noi due stavamo iniziando a uscire, in cui le equazioni proprio non riuscivo a capirle. La cosa mi infastidiva e dava da pensare anche alla professoressa – tu magari non ti ricordi. In ogni caso, avevo deciso di sforzarmi di capirle. Non è stato facile, ma dopo un paio di mesi passati a cercare di risolvere equazioni su equazioni, ho imparato il meccanismo. Sembrava tutto sistemato, poi è arrivato il giorno del compito. Be’, io ero talmente abituato a risolvere equazioni complesse – perché era così che mi ero esercitato a fare, risolvendo le più difficili del libro degli esercizi – che l’equazione da risolvere al compito in classe mi mise in seria difficoltà. Ricordo ancora, il risultato era 1. L’avevo finita molto, troppo in fretta. Allora l’avevo risolta un’altra volta. Stesso risultato, non trovavo errori nel procedimento – ma, mi dicevo, almeno uno ci sarà. Per me era impossibile pensare che fosse così lineare. Intanto erano trascorsi i 50 minuti che avevamo per risolvere il compito, io l’avevo risolta altre venti volte, e dovetti consegnare, ricopiando quel procedimento, l’unico che mi era venuto in mente. Era giusta, scoprii dopo. Neanche un errore. Procedimento corretto, risultato corretto. Le equazioni non erano più un mio problema. Dopo tutto questo giro di parole e questo racconto che magari conoscevi già: ma non può essere che la nostra equazione sia giusta? Magari il risultato è così, un numero semplice e bellissimo. Non è che per forza deve dare quindici settantasettesimi, o zero virgola centonovantatrè periodico. Magari la nostra equazione è semplice, la sua soluzione è un numero normale, un due o un sette, niente di complicato. Può essere, no?
(Il Campari la aiutava sempre a sorridere, ma Georges molto di più.)
Non hai mai avuto nessun problema con nessuna equazione, vero?
(Intanto era già il tramonto, e le luci erano tutte arancioni, come il ghiaccio dentro i loro bicchieri ambrati di liquore.)
Mai.
Ti amo, lo sai?
Georges sfacciatamente dice sì, ancora una volta.
Giovanni Gusai
Uno. La banalità del mare.
Due. La pastasciutta insipida quando hai fame.
Tre. Scegliere di non sapere.
Quattro. Il lato caldo del cuscino, quando l’hai già girato una volta.
Cinque. Urlare senza avere ragione.
Sei. Il bambino che ieri si è perso ai Grandi Magazzini.
Sette. Viaggiare in aereo da solo.
Otto. Mentire.
Nove. Il bel libro che non finirò mai di leggere.
Dieci. I sogni interrotti.
Undici. Lamentarsi dei soldi.
Dodici. Il tuo treno che parte mentre arrivi in stazione.
Tredici. Camminare controvento in salita e pensare di fermarsi.
Quattordici. La televisione.
Quindici. Il mal di testa.
Sedici. L’influenza.
Diciassette. Parlare di niente.
Diciotto. I segreti, quando sono troppi.
Diciannove. Le lacrime all’improvviso.
Venti. Avere paura.
Giovanni Gusai